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Gentrification

Tra benefici e contraddizioni, uno sguardo al fenomeno

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Le gentrification (o “gentrificazione” in italiano) è senz’altro un tema molto discusso negli ultimi anni, la cui complessità ha generato molteplici e diverse definizioni nel corso del tempo.

La prima definizione ci è stata fornita dalla sociologa britannica Ruth Glass, coniatrice del termine. Correva l’anno 1964 e, nell’introduzione al suo libro London: Aspects of Change, Glass utilizzò il termine gentrification per descrivere ciò che stava accadendo all’epoca in alcuni quartieri londinesi: in quegli anni, la “middle class” stava invadendo man mano i territori della classe operaia, costringendo quest’ultima a spostarsi e rivoluzionando l’aspetto del quartiere stesso.

I cambiamenti appena citati non riguardavano tanto le periferie urbane, quanto i centri storici e i quartieri delle zone centrali, colpiti da un certo livello di degrado e caratterizzati da costi bassi. Il restauro e la riqualificazione comportarono un innalzamento dei prezzi, spesso insostenibili per la comunità esistente, costretta così allo spostamento.

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È solamente alla fine degli anni ’70 che il termine comincia a essere utilizzato anche al di fuori di Londra, arrivando a descrivere fenomeni simili nelle città statunitensi di Philadelphia, Washington e New York. L’approfondimento dei processi di gentrificazione spingerà gli studiosi a sottolinearne non più solamente gli aspetti negativi, ma anche quelli positivi.

Tra quest’ultimi, la gentrificazione porta spesso allo sviluppo commerciale, a migliori opportunità economiche, tassi di criminalità più bassi e a un aumento del valore delle proprietà, a vantaggio dei proprietari di appartamenti e case già esistenti. Una riqualificazione, quindi, sotto il punto di vista economico, culturale e ambientale.

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E in Italia? Secondo l’opinione di Giovanni Semi, docente e massimo esperto in materia, la gentrification italiana presenta caratteristiche diverse rispetto al fenomeno americano. Va presa innanzitutto in considerazione la velocità del cambiamento: se in America bastano pochi mesi per assistere a una trasformazione radicale, in Italia devono passare anni. Inoltre, sebbene le città italiane abbiano sofferto un forte degrado a partire dagli anni Settanta, i livelli di criminalità, intensità abitativa nelle periferie e la ghettizzazione ancora in corso in America rendono la situazione americana non equiparabile.

In ultimo, mentre negli USA i quartieri più degradati, soggetti a gentrification, erano popolati quasi esclusivamente da afroamericani, in Italia il fenomeno dell’immigrazione ha cominciato a verificarsi solo molti anni più tardi. Ciò che distingueva gli abitanti storici da quelli nuovi, quindi, era una differenza puramente sociale e non etnica.

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In Italia gli esempi di città gentrificate sono molteplici, tra Roma, Torino, Napoli o Bologna. Sicuramente, però, la metropoli da sempre più esposta a questo processo è Milano: considerata ormai grande capitale europea, è stata ripetutamente sottoposta a fenomeni di gentrification. L’ultima potente ondata è arrivata con l’Expo 2015, che ha rivoluzionato diverse zone e quartieri di Milano attraverso numerose opere di riqualificazione. Un altro esempio meneghino è il quartiere di NoLo, non solo riqualificato ma anche ribattezzato: il nome NoLo, infatti, gli è stato assegnato in tempi recenti e si tratta dell’acronimo di “Nord di Loreto”. Il programma presentato dal Comune prevede marciapiedi più larghi, 230 nuovi alberi e otto spazi pedonali recuperati per il quartiere. Oltre all’ennesimo innalzamento dei costi, il rischio è che possa venir meno il mix di culture e provenienze che da sempre caratterizza il quartiere.